Piccola storia riminese di fine estate.

A Rimini non c’è niente di più triste del primo Settembre. Con una malinconia struggente, la bambina birichina in minigonna e con i segni dell’abbronzatura, strappa il foglietto del 31 agosto dal calendario e lascia spazio al signor Primo Settembre, nome e cognome. Un tipo attempato (e anche un po’ scontroso) con il bavero del paltò alzato per cercare di passare inosservato. Tuttavia, puoi cercare di trattenere ancora per un momento quell’ultimo scampolo d’estate e portarti via un ricordo indimenticabile. Anche perché, diciamolo, la spiaggia a settembre torna finalmente ai riminesi e i riminesi, si sa, della loro città amano tutto, anche la nebbia, anzi, forse soprattutto quella.
Così, vado al mare. Anzi, allo scoglio. Apparecchio il mio piano di seduta con tutti gli oggetti che tra una settimana dimenticherò di avere in casa, li metterò da qualche parte, chissà dove…ci ri-penserò la prossima estate. Telo mare, solari, occhiali da sole, infradito, riviste, un libro, spruzzino, gli auricolari, una bottiglia d’acqua che sarà imbevibile e piena di ftalati tra mezz’ora. Sembrano già lontani mille miglia da qui il baccano spaccaorecchie dei dj set in spiaggia, la finta allegria della ruota panoramica (e dei parchi giochi in generale, che a me continuano a sembrare location perfette per ambientare qualsiasi film horror), le grida delle mamme e dei bambini sulla spiaggia libera.


Sto divagando. Un ricordo indimenticabile, dicevo.
Mentre sono lì, a decidere se leggere a pancia sotto o dormire a pancia sopra calcolando la traiettoria dei raggi solari, arriva lui. Un ragazzetto smilzo che pedala sulla passerella tra gli scogli, quella che porta al faro. Traina un carretto pieno di cose. Non arriva a 13 anni, è lungo e secco e i pantaloncini gli dondolano attorno alle gambe come se fossero indossati da un manico di scopa o da un palo. Dal carretto estrae tutto l’occorrente per pescare. Due canne pigre si stagliano sul cielo pesante del primo settembre. Si piazza volontariamente di fianco agli anziani “colleghi”: vuole pescare anche lui, ma è la prima volta. Il piccolo aspirante pescatore spia i più esperti e poi comincia con le domande. A raffica.
“Cosa si pesca qui?”, “Va bene questa lenza?”,”…e il piombo?”, “..io ho questi bigattini qui…”

I due pescatori senjor, fino a poco prima immersi nel loro silenzio, come schiaffeggiati da quella gragnuola di colpi, si scrollano dal torpore dei pensieri:

“Eh? Cosa si pesca? Dipende, che esca hai”. Silenzio. Il bimbetto lo guarda.
“Ce l’hai il piombo?” Si guardano. Ancora silenzio.

“Dove vai con quella roba lì?” Il pescatore allunga il collo per vedere cosa c’è nel carretto, ma ha già decretato che non va bene.

“Dài vieni qui”. Impacciato il bimbetto si avvicina al lupo di mare.

“Li sai fare i nodi?”

“No”

Li vedo armeggiare tra lenze e piombi nel carretto attaccato alla bici. Mi rendo conto di essere immersa in una natura parlante nell’assoluto silenzio, nella pazienza: il mare, l’ossigeno, gli uccelli, il cielo calmo di settembre. Loro parlano di pesca e di pesci, di come si fanno i nodi e penso che, in fondo, basta poco così per stare bene. Fuori dai social, dal caos delle cose inutili che ci affollano i pensieri, fuori dagli avvelenamenti da culto della perfezione a tutti i costi. Questo ragazzino non sapeva pescare e ha chiesto aiuto. L’importante è cercarsi. Cercare l’altro, senza spiarlo dallo smartphone. Amo Rimini per questa roba qui, per la verità che ti regala in un pomeriggio di fine estate quando ti trovi a spiare due persone (apparentemente inconciliabili) che stanno diventando amici.

Non saprò mai se il piccolo pescatore ha imparato a pescare. So che io, questo pomeriggio, non lo dimenticherò mai.
Addio estate 2019, che l’inverno ti sia lieve.

(nella foto, il piccolo pescatore e il suo nuovo amico)