Fab40

“Come sarai da vecchia, tipo a 40 anni?”. Chiedevo alla me stessa adolescente di 13-14 anni, più o meno. Avevo i brufoli in faccia, l’apparecchio ai denti, i capelli informi e i baffi da sudamericano alla Pablo Escobar, e la sola idea di avvicinarmi a qualcuno, anche solo per chiedere il permesso, mi terrorizzava. Non ho niente da insegnare a nessuno (sono ancora troppo giovane), ma forse due cose fino a qui le ho imparate.

Sono stata una bambina molto felice e poi molto triste. Ho perso molte cose della mia infanzia che non sono più tornate, se lo avessi saputo, avrei imparato a memoria ogni gesto, ogni odore, ogni sguardo, per trattenerli come in un imprinting primordiale e tirarlo fuori all’occorrenza. Ne ho trattenute altre, inconsapevolmente, che ancora oggi mi vengono in aiuto nei momenti di merda. Ma quando sei piccolo non hai idea di che cosa voglia dire crescere. Diventare grandi. Che poi “grandi” rispetto a chi? Ai bambini? Mah, non saprei. Io dico che più diventi grande, più hai paura. Da bambino non ce l’hai la paura, o meglio, forse hai quella del mostro sotto il letto, ma non quella più spaventosa di tutte: delle cose che non esistono, che non sono ancora, e che forse non saranno mai.

È che all’inizio della vita è un po’ come rimanere coinvolti in un incidente stradale e trovarsi incastrato tra le lamiere. Forse hai perso una gamba, forse stai sanguinando, ma adesso non importa, non senti niente, devi salvarti. La cosa più importante è portare a casa la pelle. Alle ferite penserai dopo, un giorno, più avanti. Così, quando ti sei tirata fuori a fatica dalla macchina, piano piano arrivano le domande che hai lasciato in sospeso, le cose non fatte, o fatte per compiacere gli altri, non dette, non provate. Le emozioni e i sentimenti ai quali hai rinunciato per non doverci fare i conti. Poi, mentre si lì che percorri da solo la tua strada, ti succede la vita. E la vita è un gran casino, una roba aggrovigliata che ti chiede di essere all’altezza e di crollare, di ridere e di piangere, di lavorare e stare ferma, di perdere e di trovare, di cominciare e finire, di amare e di farti amare.

Se c’è una cosa che ho imparato fino a qui è che le cose le capisci sempre dopo, mai mentre ti succedono e tutte, anche le più brutte o le più stupide, sono importanti allo stesso modo. “Niente se ne va prima di averci insegnato quel che dobbiamo imparare” adesso è chiaro, fottuto Buddha. Ora lo so.

Oggi compio 40 anni e vorrei averne 100. Perché non potrà che andare meglio. Questa mattina mi sono guardata allo specchio e ho visto una donna bella. Bella perché sincera, vera, con il cassetto dei sogni quasi vuoto (ne mancano forse un paio per svuotarlo del tutto), con il lusso delle abitudini, un lavoro e dei colleghi meravigliosi con i quali ci diciamo “scusa”, “per favore” e “grazie”. Ho scoperto quanto sia importante solo dopo che sono stata in un altro posto, dove tutto questo non c’era. Ho costruito il mio posticino in questo pezzo di mondo pieno di grazia e di bellezza, senza abracadabra e senza bisogno di chiedere favori, né farne. Mi muovo solo se ne vale la pena, solo se provo del bene, solo se posso restare nel recinto del mio talento (non autoproclamato), solo se credo di poter fare una cosa e farla bene. Non mi attirano le invidie, le miserie, i pettegolezzi, le piccinerie, gli asini travestiti da cavalli. Continuerò ad allontanarli, sempre. Il tempo mi ha dato ragione e aspetto di raccogliere altri frutti, a breve. Ho quarant’anni e li sento tutti. Mi fanno ridere quelli che dicono “non so come ci sono arrivato/a” perché io, invece lo so benissimo, me li ricordo uno per uno.

Quindi, cara Lucia bambina, oggi ti posso rispondere e ti posso dire che ho capito che la domanda non è “come” ma “chi” sono a 40 anni? Sono una che può dire “grazie”. Grazie a me stessa, per avercela fatta ad accettare di essere imperfetta. Miracolosamente imperfetta e tu, piccola mia, guarda sempre tra le cose semplici, perché è lì che stanno le cose davvero importanti.

4 Pensieri su &Idquo;Fab40

  1. Ciao Lucia, scusa se mi permetto di darti del tu (per sentirmi giovane): a RMC ho sentito Erina Martelli parlare del tuo libro ed ho appena finito di leggerlo. Sono un padre che ha perso il primogenito dopo anni di lotta alla leucemia e 2 trapianti raccontati (ad uso interno dei genitori) in “ALLweWIN?” (Youcanprint.it)… ti scriverò ancora 🙂

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      • Sì mi è piaciuto, anche se mi ero già immaginato una storia con Spano che poi non c’era… ho due piccole critiche sulla sfiducia nel matrimonio e sull’assenza di Gesù nel libro – ma immagino sia legato anche alle esperienze personali e allo scarto generazionale (ho 14 anni in più credo)…

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      • All’inizio c’era, poi abbiamo scelto di toglierla perché dirottava troppo l’attenzione su altri aspetti. Perché sfiducia nel matrimonio? Quella tra Walter e Teresa è una storia d’amore solidissima, non trovi?

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