Goblin mode. Ovvero, il permesso di fare schifo

Adesso “fare schifo” si dice Goblin* mode. Questa fissazione di dare per forza un nome alle cose per farle esistere, come diceva Zygmunt Bauman, ci ha tolto anche quell’impagabile sensazione di non sapere come cazzo chiamare quello stato di estasi che ci meritiamo ciclicamente più volte nel corso della nostra vita ovvero, il diritto a fare schifo, agli altri e a noi stessi.

Chiunque di noi, ha fissata bene in mente l’immagine di noi stessi a “schifeggiare” avvolti nel piumone per tre giorni (citofonare Bridget Jones), con i capelli sporchi, il cucchiaione di gelato appiccicoso sul tavolino di fronte al divano, il pigiama che va in giro con noi dentro, le magliette di peli di cane o di gatto, il sacchetto di patatine vuoto a terra e il telecomando unto, le croste di sugo con annessa colonia di mosche sui piatti abbandonati nel lavabo della cucina. Solo che una volta lo facevamo e basta, senza alcun permesso, senza dirlo a nessuno. Era un segreto solo nostro, una lotta silenziosa e pacifica in contrapposizione alla vita finta dei social, dove chi si allena in palestra non mostra neanche una goccia di sudore, chi si sveglia al mattino ha già una perfetta messa in piega e un trucco leggerissimo, dove nessuno lavora e tutti vivono in case che sembrano uscite dalla copertina di Elle Decor.
Quest’epoca dell’io iper-presente ha sdoganato (e lo trovo positivo) la cellulite, i chili di troppo, i peli sotto le ascelle, essere ubriachi a mezzogiorno (ma alla fine ha vinto Johnny), le mamme pancine al bagno, le mamme pancine con le emorroidi, la pancetta nella carbonara, la principessa Martha che sposa lo sciamano, gli attacchi di panico, che a volte non sono altro che momenti di passeggera fragilità che non devono per forza cronicizzarsi. Va bene, insomma, essere fragili, depressi, demotivati, avere paura per un po’, ma non usare la fragilità come una scusa per poter fare schifo sempre. Quando butti un tuo stato d’animo sui social autorizzi chi ti vede a pensare delle cose sul tuo conto. Chi se ne frega, sì, ok, ma il fatto è che poi quelle cose ti si appiccicano addosso e finisci per credere a quella versione di te raccontata da te e “mediata” dai social piuttosto che a quella reale.
Perché sui social non ci raccontiamo sempre per come siamo (posso dire quasi mai?). Siamo la versione migliore o peggiore rispetto alla realtà, perché? Perché abbiamo un pubblico e di fronte a un pubblico tendiamo a dover avere un ruolo, come il personaggio di un libro o di una serie tv.

Ma se un giorno sei Kate Middleton e un giorno Lady Gaga non possono essere solo cazzi tuoi? Vogliamo davvero dire tutto e volere che si veda tutto di noi?
Che poi c’è Goblin e Goblin. Non si può bluffare: se schifeggi devi schifeggiare sul serio, mica come Meghan Fox o Zendaya o, che ne so, Bradley Cooper o Matteo Berrettini.

(*goblin – sorta di folletti cattivi e riprovevoli, vestiti di stracci e con qualche deformazione corporea, i goblin sono diventati ancora più noti grazie al ruolo nel romanzo Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien).