I ragazzi della volante 2, per quanto ne so.

Ogni notte, mentre noi siamo al caldo sotto le nostre lenzuola, c’è qualcuno che si alza dal letto (o dal divano), o che va via prima da una cena con gli amici, o va a dare il bacio della buonanotte ai suoi bambini, o saluta i suoi genitori, o sua moglie, perché deve andare a lavorare. I più fortunati lo fanno di persona, quelli che sono lontani si accontentano di una telefonata a casa prima del turno, per dire che «va tutto bene» lasciando madri e padri, mogli e mariti, sorelle, fratelli, nonni, nipoti, a pregare che abbia ragione. Chi “attacca” all’una, ci tiene ad arrivare prima per dare il cambio al collega del turno prima del suo. Qualcuno non ha riposato per non togliere tempo alla famiglia, agli affetti, e dice «dormirò domani». Allora si prende un caffè, infila la divisa, ed esce di casa.

Se di tutto questo non ne sapete nulla, vi prego, state zitti.

Se siete solo capaci di sputare veleno o, peggio, di cercare un significato politico nel difendere i poliziotti, non leggete. Perché a me, dei Salvini e degli Zingaretti, dei Rubio o dei Saviano, non me ne frega proprio un (c….) niente.

La divisa appesa nell’armadio sembra un uomo morto. Senza testa. Quante volte l’ho guardata e ho pensato al fatto che quella divisa fosse certamente un simbolo, come ogni divisa e ogni bandiera, ma che in realtà non fosse nulla senza uomini e donne dentro. Uomini e Donne con la U e la D maiuscole perché, esattamente come chi non indossa una divisa, i poliziotti non sono tutti uguali. Sono fallibili, attaccabili, fanno cazzate (anche molto grosse). Ma c’è chi (ed è la maggior parte) in quella divisa ci crede, anche se non è della sua taglia, anche se i gradi si scollano e le fondine sono difettose, anche se aspetti dal Ministero una camicia nuova o un giubbotto per l’inverno da mesi (se non anni) e, nel frattempo, devi usare la polo a maniche corte. Anche per pochi spicci alla fine del mese.

Ma io quella divisa non me la devo mettere. Io so che a me il cuore batte in modi diversi per tanti motivi: ogni tanto, non molto spesso, batte perché ho paura. Immaginatevi di sentire battere il cuore ogni giorno per la paura. Perché il vostro lavoro vi espone quotidianamente a situazioni di pericolo. Lo dice molto meglio di me Lorenzo Borselli (poliziotto) che oggi ha scritto questo sulla pagina asaps.it (leggi tutto il suo articolo):

«Noi abbiamo p-a-u-r-a, chiaro? Paura perfino di aiutare il controllore del treno a farsi dare il documento da chi si rifiuta, paura di ammanettare un sospetto con le mani dietro la schiena, paura di contenere una persona in stato di agitazione, paura di tenere un arrestato o un fermato in una camera di sicurezza (dove sia a norma, perché la maggior parte non lo è). Il taser non ce l’ha quasi nessuno, il peperoncino idem, delle fascette di plastica non ne parliamo. Le divise sono poche, di taglie sbagliate, le fondine difettose, i gradi si scollano, le auto civetta mancano, le radio non ci sono, le leggi non servono, le multe si annullano, quando prendiamo un corrotto non lo cacciamo, anzi lo rimettiamo al suo posto, perché con la scusa del terzo grado di giudizio obbligatorio nel frattempo i reati si prescrivono e quindi, bomba libera tutti.
Siamo persi, disorientati, impauriti. Così soli in quello che facciamo, che abbiamo paura anche solo a parlare di ansia, perché poi arriva uno psicologo che ti toglie pistola e tesserino e ti mette a casa senza un perché, come se mettere a posto le carte bastasse anche a sanare le coscienze. Saremmo bugiardi se non dicessimo tutte queste cose. E ipocriti».

Come si fa a non avere paura? Chi ce la fa, la esorcizza, prendendola in giro. Lo facevano Matteo e Pierluigi che battezzavano l’inizio del turno facendo risuonare nell’abitacolo della volante 2 la canzone “figli delle stelle”, la colonna sonora del loro coraggio. Matteo e Pierluigi erano due poliziotti e due amici. Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, di 34 e 31 anni.

Finché non cominceremo a dire noi a loro: «anche voi potete stare tranquilli, se avete bisogno, ci siamo», come cittadini e come persone, non potremo raccontare altre storie, storie a lieto fine. Un paese in cui fa più rumore un poliziotto che fa fare un giro su una moto d’acqua ad un ragazzino in una mattina d’agosto (senza nessuna emergenza in corso), di un poliziotto che muore, non vuole storie a lieto fine.

Sogno un paese in cui i poliziotti si mettono in macchina per il turno di notte con una canzone e hanno facce pulite e un cuore che batte sotto le divise, non solo per paura. E aspetto il giorno in cui sarà lo Stato a dire ai suoi uomini in divisa «dormite sonni tranquilli».

Mamadou e la punta dell’Iceberg

Anche oggi entra nel mio stesso bar. Con il suo carico di accendini, calzini di spugna e cianfrusaglie cinesi tossiche. Mamadou (credo sia questo il suo nome), ormai per me è una faccia familiare. Ed io per lui, credo. Tutte le volte che lo vedo aggirarsi in mezzo ai tavolini, so che da me si fermerà. Parlerà un po’ in francese, mi chiederà se oggi lavoro, per lui evidentemente la cosa più importante da sapere sulla vita di una persona.

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