Hollywood Romagna. Riapre il Fulgor di Fellini

«Cosa cerchi?» dice la Gradisca con il suo sguardo affusolato e la sigaretta in mano al giovane Titta che, nel buio della sala, annebbiata di fumo, le accarezza un ginocchio. È una delle scene più memorabili di quel grande capolavoro di malinconia e piccole vite che è Amarcord.
Grazie a Federico Fellini, il cinema Fulgor di Rimini è diventato il cinema più famoso del mondo. Per lui, quel posto era la “calda cloaca di ogni vizio”. Il 20 Gennaio, il giorno del compleanno del regista premio Oscar, riaccenderà il suo schermo diventando (finalmente) il primo vero monumento della città romagnola al suo più illustre concittadino. (Questo mio pezzo lo trovate anche su Vanity Fair)

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Morire a quindici anni. Le parole giuste della Prof.

La Vigilia di Natale sono stata al funerale di un ragazzo di quindici anni. Inconcepibile. Inaccettabile. Inadatto. Intollerabile.

La vita succede e se ne fotte. Se ne fotte se è la vigilia di Natale, se hai solo quindici anni, se c’è anche il tuo regalo sotto l’albero, se piove o c’è il sole, se è il tuo compleanno o stai per partire per le vacanze. La vita se ne fotte e ti fotte. La chiesa piena, gli occhi smarriti, che si guardano intorno per capire se è successo davvero o se quell’incubo riguarda solo te. E lo speri. Ma è proprio guardando gli altri, invece, che ti rendi conto che sono tutti lì, come te, a cercare di spartirsi un po’ di quel dolore che non sa arrivare in punta di piedi e ti è piombato addosso, a tre giorni da Natale.

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I capodanni delle nostre vite

Forse vi è già capitato nella vita di avere una data significativa che si ripete, in anni diversi, anche molto lontani, con eventi diametralmente opposti. Tipo quelli che nascono e muoiono nello stesso giorno. O quelli che si sposano nel giorno in cui, anni dopo, nascerà loro figlio. Io, per esempio, il 5 aprile del 2011 passavo l’esame da giornalista professionista e il 5 aprile del 1992, ventuno anni prima, mi svegliavo dal coma. Sono i nostri capodanni, i turning point delle nostre vite.

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Butungu, prima è peggio, poi ti abitui.

Avete presente quando, prima di capodanno, ci fanno rivedere le immagini più significative dell’anno che se ne sta andando? Ecco. Io vorrei che tra le immagini simbolo del 2017 ci fosse la cattura degli stupratori di Rimini consegnati alla giustizia da due donne. Che poi le donne coinvolte in questa storia sono molte di più.

Francesca, Roberta, Elena, Anna. Ci sarebbero altri due nomi, quelli delle vittime: la ragazza polacca e la trans peruviana, che non conosciamo. Ed è giusto così. Questa è una storia di donne e di bestie, al di là di ogni fottuto colore. Nella foto che vedete, ci sono le prime due, le poliziotte Francesca e Roberta, che affiancano Guerlain Butungu, 20 anni, nel momento dell’arresto. Rappresentano tutte noi: figlie, sorelle, madri, spose, amiche, fidanzate, ma con una differenza. Sono più brave di noi. Di me, sicuramente.

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Nello balla da solo. Ma basta la self(ie)licità?

Ero quella che durante i falò in spiaggia puntava il chitarrista. Noto, ricorderete, per rimanere sempre a secco perché impegnato a far limonare gli altri. Fossi adolescente oggi, mi basterebbe farmi un selfie con lui e gettare la foto nel magma dei social che, da suo mestiere, la fagociterebbe, masticherebbe e infine digerirebbe mostrando per qualche minuto ai miei ‘amici’ quel momento di felicità fittizia, puramente inventata, solo pensata. Mi sentirei meno sola? Non credo. Anzi. Mi sentirei sola e pure bugiarda.

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I cuori imperfetti degli uomini


«Sembra bianco, invece, ha una piccola sfumatura d’azzurro. Te ne accorgi solo se guardi bene».
Allora mi accorgo che non bastano gli occhi, ci vuole ben altro, per vedere. Continua a leggere

Mica sono tutte uguali, le vite. Ad ognuno la sua poesia

«Non potrà scrivere poesie, ma potrà continuare a pensarle». Mi disse così, ormai tanti anni fa, (quasi dieci) in un’intervista, la mamma adottiva di Nicola, un ragazzone di 18 anni, tetraplegico, a causa di un asfissia alla nascita. I suoi genitori biologici lo abbandonarono in ospedale. Da allora la sua mamma è Grazia. Nicola non si muove, non parla, è steso in un letto con le ruote da tutta la vita. Non può dire se vuole mettersi la maglia rossa o gialla, cosa (e se) gli va di mangiare, non può grattarsi la testa o mettersi le dita nel naso.

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