La lista delle cose semplici. Storia di come il dolore e la paura diventano piccoli se…

Molte cose non le sapevo, prima di scriverle. Per questo, il mio romanzo “La lista delle cose semplici”, non parla di me, ma parla a me e a tutti quelli che, nel mezzo del casino della vita, hanno avuto a che fare con uno o più grandi dolori e paure. Demoni, allucinazioni, perdita del senso della vita, domande. Per tutti quelli che, almeno una volta, si sono trovati a barcollare per strada come ubriachi, sapendo di avere una casa, ma non ricordandosi bene dove fosse. Inauguro con il mio romanzo d’esordio questa nuova sezione del mio blog: “un libro per amico”, nella quale vi consiglio letture per sopravvivere in quest’epoca di felicità miniaturizzata, tra lockdown e coprifuoco.

Ci si abitua anche alle cose più terribili. Alla morte di un padre o di una madre, di un fratello, di una sorella, di un amico, alla fine di un amore. Ci si abitua ai non-amori, ai non-abbracci, alla non-vita, finché sembra tutto normale. Ma quanto possiamo resistere? È vero, siamo capaci di ricalcolare le nostre vite, come fa il navigatore quando sbagliamo strada, e ripartire. Io ho fatto così dopo che mi è successa una cosa che non avevo minimamente messo in conto.

la copertina de “la lista delle cose semplici”

Quando ho iniziato a scrivere “la lista delle cose semplici” ho dovuto far accomodare accanto a me la bambina di undici anni che avevo ignorato e che, improvvisamente, dopo quasi trent’anni di quieta convivenza, aveva alzato la mano per dire la sua. Allora, mi sono re-immersa nella placenta dei ricordi e, galleggiando in quel liquido che mi nutre e mi fa essere viva, ho ascoltato. E lì, in quell’habitat primordiale, ho capito che quello che mi era sembrato normale per tutta la vita e a cui mi ero abituata, era assolutamente non-normale.

Sono stata una bambina molto felice e poi molto triste. Ho perso molte cose della mia infanzia che non sono più tornate e ne ho trattenute altre, inconsapevolmente, che ancora oggi mi vengono in aiuto nei momenti di merda. Quando sei piccolo non hai idea di che cosa voglia dire crescere, diventare grandi. Che poi “grandi” rispetto a chi? Ai bambini? Mah, non saprei. Io dico che più diventi grande, più hai paura. Da piccolo hai quella del mostro sotto il letto, ma non quella più spaventosa di tutte: delle cose che non esistono, che non sono ancora, e che forse non saranno mai. Mentre cresci, cerchi di portare a casa la pelle, poco importa se stai sanguinando, se hai perso un braccio o una gamba, l’importante è salvarsi. A un certo punto, però, in questa roba aggrovigliata che è la vita, che ti chiede di essere all’altezza e di crollare, di ridere e di piangere, di andare e stare ferma, di perdere e di trovare, di cominciare e finire, di amare e di farti amare, proprio nel momento in cui dovresti “essere grande”, si riaffacciano tutte le domande che hai lasciato in sospeso, le cose non fatte, o fatte per compiacere gli altri, non dette, non provate. Le emozioni e i sentimenti ai quali hai rinunciato per non doverci fare i conti.

Nel mio romanzo c’è un grande dolore che avvolge tutto, che asciuga le lacrime e toglie le parole. C’è una bambina che diventa grande troppo in fretta e che invece avrebbe voluto ancora giocare con le farfalle in giardino con sua sorella. C’è la sacralità perduta della famiglia che non mantiene le promesse, ma più di tutto c’è il sentimento che sottende a tutte le nostre vite: la paura. La paura intangibile di essere liberi, di essere felici, di andare incontro ai sogni, di dire la verità e di ascoltarla. Ma c’è anche una forza silenziosa, una resilienza, un’obbedienza testarda e al contempo una ribellione al destino, che ha lanciato i suoi dadi senza chiederti il permesso, plasmando le vite di tutte le persone che fanno parte di questa storia, la mia storia. Vorrei che i miei lettori potessero riconoscervi un po’ della loro perché è questo che fanno i libri: aprono ferite ancora sanguinanti, ci fanno morire e rinascere più forti, più vivi, più “noi”, ci fanno alzare le saracinesche di stanze con secoli di polvere con coraggio e maleducazione. Scrivere è prendersi il permesso di essere pazzi, di disobbedire. Alla fine ci siamo noi, con le nostre piccole vite, le nostre nevrosi, i nostri demoni, il nostro coraggio e la nostra lista di cose importanti (ognuno ha la sua), che sono sempre di una semplicità disarmante.

Così, impariamo che siamo proprio noi il miracolo che andiamo cercando.

Il mio pezzo per il blog di Sperling&Kupfer

Fab40

“Come sarai da vecchia, tipo a 40 anni?”. Chiedevo alla me stessa adolescente di 13-14 anni, più o meno. Avevo i brufoli in faccia, l’apparecchio ai denti, i capelli informi e i baffi da sudamericano alla Pablo Escobar, e la sola idea di avvicinarmi a qualcuno, anche solo per chiedere il permesso, mi terrorizzava. Non ho niente da insegnare a nessuno (sono ancora troppo giovane), ma forse due cose fino a qui le ho imparate.

Sono stata una bambina molto felice e poi molto triste. Ho perso molte cose della mia infanzia che non sono più tornate, se lo avessi saputo, avrei imparato a memoria ogni gesto, ogni odore, ogni sguardo, per trattenerli come in un imprinting primordiale e tirarlo fuori all’occorrenza. Ne ho trattenute altre, inconsapevolmente, che ancora oggi mi vengono in aiuto nei momenti di merda. Ma quando sei piccolo non hai idea di che cosa voglia dire crescere. Diventare grandi. Che poi “grandi” rispetto a chi? Ai bambini? Mah, non saprei. Io dico che più diventi grande, più hai paura. Da bambino non ce l’hai la paura, o meglio, forse hai quella del mostro sotto il letto, ma non quella più spaventosa di tutte: delle cose che non esistono, che non sono ancora, e che forse non saranno mai.

È che all’inizio della vita è un po’ come rimanere coinvolti in un incidente stradale e trovarsi incastrato tra le lamiere. Forse hai perso una gamba, forse stai sanguinando, ma adesso non importa, non senti niente, devi salvarti. La cosa più importante è portare a casa la pelle. Alle ferite penserai dopo, un giorno, più avanti. Così, quando ti sei tirata fuori a fatica dalla macchina, piano piano arrivano le domande che hai lasciato in sospeso, le cose non fatte, o fatte per compiacere gli altri, non dette, non provate. Le emozioni e i sentimenti ai quali hai rinunciato per non doverci fare i conti. Poi, mentre si lì che percorri da solo la tua strada, ti succede la vita. E la vita è un gran casino, una roba aggrovigliata che ti chiede di essere all’altezza e di crollare, di ridere e di piangere, di lavorare e stare ferma, di perdere e di trovare, di cominciare e finire, di amare e di farti amare.

Se c’è una cosa che ho imparato fino a qui è che le cose le capisci sempre dopo, mai mentre ti succedono e tutte, anche le più brutte o le più stupide, sono importanti allo stesso modo. “Niente se ne va prima di averci insegnato quel che dobbiamo imparare” adesso è chiaro, fottuto Buddha. Ora lo so.

Oggi compio 40 anni e vorrei averne 100. Perché non potrà che andare meglio. Questa mattina mi sono guardata allo specchio e ho visto una donna bella. Bella perché sincera, vera, con il cassetto dei sogni quasi vuoto (ne mancano forse un paio per svuotarlo del tutto), con il lusso delle abitudini, un lavoro e dei colleghi meravigliosi con i quali ci diciamo “scusa”, “per favore” e “grazie”. Ho scoperto quanto sia importante solo dopo che sono stata in un altro posto, dove tutto questo non c’era. Ho costruito il mio posticino in questo pezzo di mondo pieno di grazia e di bellezza, senza abracadabra e senza bisogno di chiedere favori, né farne. Mi muovo solo se ne vale la pena, solo se provo del bene, solo se posso restare nel recinto del mio talento (non autoproclamato), solo se credo di poter fare una cosa e farla bene. Non mi attirano le invidie, le miserie, i pettegolezzi, le piccinerie, gli asini travestiti da cavalli. Continuerò ad allontanarli, sempre. Il tempo mi ha dato ragione e aspetto di raccogliere altri frutti, a breve. Ho quarant’anni e li sento tutti. Mi fanno ridere quelli che dicono “non so come ci sono arrivato/a” perché io, invece lo so benissimo, me li ricordo uno per uno.

Quindi, cara Lucia bambina, oggi ti posso rispondere e ti posso dire che ho capito che la domanda non è “come” ma “chi” sono a 40 anni? Sono una che può dire “grazie”. Grazie a me stessa, per avercela fatta ad accettare di essere imperfetta. Miracolosamente imperfetta e tu, piccola mia, guarda sempre tra le cose semplici, perché è lì che stanno le cose davvero importanti.

PS: Ah, uno tra i regali più belli dei miei fab40 sarà l’uscita del mio romanzo, a marzo 2021 (eh sì tra poco più di un mese e mezzo) per Sperling&Kupfer, Gruppo Mondadori. Restiamo in contatto!

Vagine all’uncinetto.

Devo dire la mia sulla vagina, avendone una. “In quei giorni”, piuttosto che farci fare la ruota (notare l’uso corretto del “piuttosto che”…), il bungee-jumping, il rafting nel Grand Canyon, farcela cantare in un piano bar sotto sembianze di una pesca, una conchiglia, un origami, addirittura cucita all’uncinetto, regalateci gli assorbenti e cancellate il libero mercato su questo bene. Prendiamo esempio dalla Scozia. Il rispetto e la celebrazione della vulva non passa dal mostrare un trasgressivo assorbente macchiato di rosso, né nello sdoganarla dedicandole un musical o una giornata mondiale.

Di coglioni è pieno il mondo, questo si sa, e purtroppo la pandemia li ha evidenziati come lo Stabilo Boss giallo fluo ma, almeno per ora, non mi risulta che ci siano negazionisti del ciclo mestruale.

Durante il lockdown mi sono trovata a dover fare rifornimento del suddetto bene (non sapendo quanto sarebbe durata l’emergenza), e ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima: i conti. Se davvero qualcuno pensasse che vivalavulva, come inneggia il famoso spot, allora, un assorbente che non mi faccia diventare la vagina come il wet market di Wuhan, non mi costerebbe 4,99 euro e con l’IVA al 22%.
Ci sono anche quelli a un euro, dite. Ok. Ma se non voglio (e non voglio) gettare la mia vagina nell’umido insieme agli scarti del minestrone o della zuppa di pesce, per comprarmi qualcosa che vada a preservare la cosa più preziosa del mio corpo, sono costretta a pagarla di più.
Per darvi un’idea, indossare un assorbente scadente è come se avvolgeste il vostro pene nella carta stagnola sotto il costumino 100% acrilico il 12 luglio in spiaggia, senza ombrellone e con il divieto di balneazione.
Pensate sia divertente? Provate. Non l’abbiamo chiesto noi di avere sbalzi ormonali 10 giorni al mese, i brufoli, gli spasmi al basso ventre, le gambe gonfie come un’ elefantessa del Circo Orfei. Anche chi ha bisogno di pannolini per i più vari usi, tipo l’incontinenza, pensate si diverta a bardarsi là sotto e a dover pagare un prezzo esorbitante per non emanare odori da fogna di Calcutta a fine giornata? Eppure, negli spot partoriti da fior fior di strapagati creativi, viene fuori che il problema è se riuscire o no a mettersi la gonna attillata. Un pò come se, in piena pandemia, il dibattito fosse se aprire o no le piste da sci a Natale (ah, sta succedendo?).

Voi non amate la vagina. Perché se la amaste, capireste che il “segreto” di ognuna di noi è anche la vostra più grande fortuna. Ciononostante, volete indurci ad una menopausa precoce, a desiderarla, a bramarla con tutte le nostre forze per porre fine all’eterno dilemma “con ali o senza ali?”, distesi o ripiegati, anatomico o superlungo, con micro o macrofori, in cotone, traspirante, flusso normale, medio, abbondante.
Dovrebbe essere una battaglia comune per l’origine del mondo. Uomini e donne insieme. Permetteteci, senza distinzioni di classe, di mettere sulle nostre mutande qualcosa che si avvicini più a una soffice torta paradiso che all’odore del napalm al mattino (cit. Colonnello Bill Kilgore).
I vostri figli, nipoti, amici, cugini parenti stretti e congiunti vari, sono nati grazie a questo meraviglioso mistero che è all’origine della specie umana. Quindi no, le nostre vagine non sono all’uncinetto e se noi non avessimo le nostre cose, voi non avreste le vostre.

I ragazzi della volante 2, per quanto ne so.

Ogni notte, mentre noi siamo al caldo sotto le nostre lenzuola, c’è qualcuno che si alza dal letto (o dal divano), o che va via prima da una cena con gli amici, o va a dare il bacio della buonanotte ai suoi bambini, o saluta i suoi genitori, o sua moglie, perché deve andare a lavorare. I più fortunati lo fanno di persona, quelli che sono lontani si accontentano di una telefonata a casa prima del turno, per dire che «va tutto bene» lasciando madri e padri, mogli e mariti, sorelle, fratelli, nonni, nipoti, a pregare che abbia ragione. Chi “attacca” all’una, ci tiene ad arrivare prima per dare il cambio al collega del turno prima del suo. Qualcuno non ha riposato per non togliere tempo alla famiglia, agli affetti, e dice «dormirò domani». Allora si prende un caffè, infila la divisa, ed esce di casa.

Se di tutto questo non ne sapete nulla, vi prego, state zitti.

Se siete solo capaci di sputare veleno o, peggio, di cercare un significato politico nel difendere i poliziotti, non leggete. Perché a me, dei Salvini e degli Zingaretti, dei Rubio o dei Saviano, non me ne frega proprio un (c….) niente.

La divisa appesa nell’armadio sembra un uomo morto. Senza testa. Quante volte l’ho guardata e ho pensato al fatto che quella divisa fosse certamente un simbolo, come ogni divisa e ogni bandiera, ma che in realtà non fosse nulla senza uomini e donne dentro. Uomini e Donne con la U e la D maiuscole perché, esattamente come chi non indossa una divisa, i poliziotti non sono tutti uguali. Sono fallibili, attaccabili, fanno cazzate (anche molto grosse). Ma c’è chi (ed è la maggior parte) in quella divisa ci crede, anche se non è della sua taglia, anche se i gradi si scollano e le fondine sono difettose, anche se aspetti dal Ministero una camicia nuova o un giubbotto per l’inverno da mesi (se non anni) e, nel frattempo, devi usare la polo a maniche corte. Anche per pochi spicci alla fine del mese.

Ma io quella divisa non me la devo mettere. Io so che a me il cuore batte in modi diversi per tanti motivi: ogni tanto, non molto spesso, batte perché ho paura. Immaginatevi di sentire battere il cuore ogni giorno per la paura. Perché il vostro lavoro vi espone quotidianamente a situazioni di pericolo. Lo dice molto meglio di me Lorenzo Borselli (poliziotto) che oggi ha scritto questo sulla pagina asaps.it (leggi tutto il suo articolo):

«Noi abbiamo p-a-u-r-a, chiaro? Paura perfino di aiutare il controllore del treno a farsi dare il documento da chi si rifiuta, paura di ammanettare un sospetto con le mani dietro la schiena, paura di contenere una persona in stato di agitazione, paura di tenere un arrestato o un fermato in una camera di sicurezza (dove sia a norma, perché la maggior parte non lo è). Il taser non ce l’ha quasi nessuno, il peperoncino idem, delle fascette di plastica non ne parliamo. Le divise sono poche, di taglie sbagliate, le fondine difettose, i gradi si scollano, le auto civetta mancano, le radio non ci sono, le leggi non servono, le multe si annullano, quando prendiamo un corrotto non lo cacciamo, anzi lo rimettiamo al suo posto, perché con la scusa del terzo grado di giudizio obbligatorio nel frattempo i reati si prescrivono e quindi, bomba libera tutti.
Siamo persi, disorientati, impauriti. Così soli in quello che facciamo, che abbiamo paura anche solo a parlare di ansia, perché poi arriva uno psicologo che ti toglie pistola e tesserino e ti mette a casa senza un perché, come se mettere a posto le carte bastasse anche a sanare le coscienze. Saremmo bugiardi se non dicessimo tutte queste cose. E ipocriti».

Come si fa a non avere paura? Chi ce la fa, la esorcizza, prendendola in giro. Lo facevano Matteo e Pierluigi che battezzavano l’inizio del turno facendo risuonare nell’abitacolo della volante 2 la canzone “figli delle stelle”, la colonna sonora del loro coraggio. Matteo e Pierluigi erano due poliziotti e due amici. Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, di 34 e 31 anni.

Finché non cominceremo a dire noi a loro: «anche voi potete stare tranquilli, se avete bisogno, ci siamo», come cittadini e come persone, non potremo raccontare altre storie, storie a lieto fine. Un paese in cui fa più rumore un poliziotto che fa fare un giro su una moto d’acqua ad un ragazzino in una mattina d’agosto (senza nessuna emergenza in corso), di un poliziotto che muore, non vuole storie a lieto fine.

Sogno un paese in cui i poliziotti si mettono in macchina per il turno di notte con una canzone e hanno facce pulite e un cuore che batte sotto le divise, non solo per paura. E aspetto il giorno in cui sarà lo Stato a dire ai suoi uomini in divisa «dormite sonni tranquilli».

Piccola storia riminese di fine estate.

A Rimini non c’è niente di più triste del primo Settembre. Con una malinconia struggente, la bambina birichina in minigonna e con i segni dell’abbronzatura, strappa il foglietto del 31 agosto dal calendario e lascia spazio al signor Primo Settembre, nome e cognome. Un tipo attempato (e anche un po’ scontroso) con il bavero del paltò alzato per cercare di passare inosservato. Tuttavia, puoi cercare di trattenere ancora per un momento quell’ultimo scampolo d’estate e portarti via un ricordo indimenticabile. Anche perché, diciamolo, la spiaggia a settembre torna finalmente ai riminesi e i riminesi, si sa, della loro città amano tutto, anche la nebbia, anzi, forse soprattutto quella.
Così, vado al mare. Anzi, allo scoglio. Apparecchio il mio piano di seduta con tutti gli oggetti che tra una settimana dimenticherò di avere in casa, li metterò da qualche parte, chissà dove…ci ri-penserò la prossima estate. Telo mare, solari, occhiali da sole, infradito, riviste, un libro, spruzzino, gli auricolari, una bottiglia d’acqua che sarà imbevibile e piena di ftalati tra mezz’ora. Sembrano già lontani mille miglia da qui il baccano spaccaorecchie dei dj set in spiaggia, la finta allegria della ruota panoramica (e dei parchi giochi in generale, che a me continuano a sembrare location perfette per ambientare qualsiasi film horror), le grida delle mamme e dei bambini sulla spiaggia libera.


Sto divagando. Un ricordo indimenticabile, dicevo.
Mentre sono lì, a decidere se leggere a pancia sotto o dormire a pancia sopra calcolando la traiettoria dei raggi solari, arriva lui. Un ragazzetto smilzo che pedala sulla passerella tra gli scogli, quella che porta al faro. Traina un carretto pieno di cose. Non arriva a 13 anni, è lungo e secco e i pantaloncini gli dondolano attorno alle gambe come se fossero indossati da un manico di scopa o da un palo. Dal carretto estrae tutto l’occorrente per pescare. Due canne pigre si stagliano sul cielo pesante del primo settembre. Si piazza volontariamente di fianco agli anziani “colleghi”: vuole pescare anche lui, ma è la prima volta. Il piccolo aspirante pescatore spia i più esperti e poi comincia con le domande. A raffica.
“Cosa si pesca qui?”, “Va bene questa lenza?”,”…e il piombo?”, “..io ho questi bigattini qui…”

I due pescatori senjor, fino a poco prima immersi nel loro silenzio, come schiaffeggiati da quella gragnuola di colpi, si scrollano dal torpore dei pensieri:

“Eh? Cosa si pesca? Dipende, che esca hai”. Silenzio. Il bimbetto lo guarda.
“Ce l’hai il piombo?” Si guardano. Ancora silenzio.

“Dove vai con quella roba lì?” Il pescatore allunga il collo per vedere cosa c’è nel carretto, ma ha già decretato che non va bene.

“Dài vieni qui”. Impacciato il bimbetto si avvicina al lupo di mare.

“Li sai fare i nodi?”

“No”

Li vedo armeggiare tra lenze e piombi nel carretto attaccato alla bici. Mi rendo conto di essere immersa in una natura parlante nell’assoluto silenzio, nella pazienza: il mare, l’ossigeno, gli uccelli, il cielo calmo di settembre. Loro parlano di pesca e di pesci, di come si fanno i nodi e penso che, in fondo, basta poco così per stare bene. Fuori dai social, dal caos delle cose inutili che ci affollano i pensieri, fuori dagli avvelenamenti da culto della perfezione a tutti i costi. Questo ragazzino non sapeva pescare e ha chiesto aiuto. L’importante è cercarsi. Cercare l’altro, senza spiarlo dallo smartphone. Amo Rimini per questa roba qui, per la verità che ti regala in un pomeriggio di fine estate quando ti trovi a spiare due persone (apparentemente inconciliabili) che stanno diventando amici.

Non saprò mai se il piccolo pescatore ha imparato a pescare. So che io, questo pomeriggio, non lo dimenticherò mai.
Addio estate 2019, che l’inverno ti sia lieve.

(nella foto, il piccolo pescatore e il suo nuovo amico)

La riviera dei cliché per proporre Riccione ai giovani. Ma funziona?

Ha debuttato oggi sul canale YouTube di Rai il web film ambientato a Riccione. Rai Pubblicità ha interamente finanziato il progetto con i suoi partner commerciali. Tra i protagonisti del film, ci sono youtuber da milioni di followers. Ma la Riviera dei cliché è il modo giusto per proporsi ai giovani?

E’ on line da oggi pomeriggio e ha già superato le 115mila visualizzazioni.
Il film, ambientato a Riccione e prodotto da melasento per il canale youtube della Rai, non è un capolavoro di contenuto ma, secondo chi ha pensato a questa operazione, soddisfa a pieno lo scopo di quello che viene chiamato intrattenimento digitale: “fare di Riccione un must del turismo pop made in Italy che ben si sposa con un linguaggio orientato ad un pubblico giovane”, si legge nel comunicato firmato dall’amministrazione comunale.
In un mix di passato e presente, lo stile è tra un film di Sergio Corbucci, uno di Ligabue e i video degli youtuber più in voga del momento ma, alla fine, il tema è il più scontato, ma anche più difficile del mondo: l’amore, e il destino che accompagna le nostre scelte e che, in questo caso, viaggia su una banconota da 5 euro.
Per la regia di Giorgio Romano, della durata di circa 39 minuti, le storie dei protagonisti si svolgono tra lo stabilimento balneare 72 alcuni locali e un campo da calcetto. Protagonisti alcuni “speciali” vacanzieri in un clima da “vitelloni” 4.0. Ambientazione e dialoghi giocano su cliché anni 80 e 90 di una riviera che vorrebbe (e forse dovrebbe) scrollarsi di dosso il vestito ormai logoro del divertimentificio e di una frivolezza che non le rende giustizia. Le donne sono solo di contorno, belle scatole vuote senza battute o, se le hanno, dopo che le hai sentite, avresti preferito non farlo.

Nel cast ci sono Pancio e Enzuccio, la modella Valentina Vignali, la professionista del fitness Roberta Carluccio, il cantante Shade, Ricky e Pasqui di Casa Surace e molti altri youtuber e comici: Panpers, Autogol, Ludovica Pagani, Amedeo Preziosi, Enzo Salvi, Annibaluzzo, Edoardo Mecca, Naomi De Crescenzo. Il progetto arriva dopo il successo di “Natale a Roccaraso”, il web film lanciato lo scorso Natale. Se Riccione replicherà e se questa operazione di marketing territoriale funzionerà, ce lo diranno gli ormai imprescindibili e potentissimi, numeri del web.

La crisi di governo dalla spiaggia di Salvini.

Matteo Salvini non si è visto ieri a Milano Marittima, sulla spiaggia dove trascorre le vacanze. La7 mi ha inviata a cercarlo nella penultima domenica di luglio, una domenica che non è stata come tutte le altre visto che aleggia, sempre più strisciante, lo spettro della crisi di Governo. Guarda qui il mio servizio

https://www.la7.it/laria-che-tira/video/la-crisi-di-governo-vista-dalla-spiaggia-22-07-2019-277260

Lucia Ocone nell’ultimo film di Brizzi: “cosa penso del #metoo…”

Il regista è stato al centro di un caso di molestie sessuali, e torna al cinema dopo le accuse recentemente archiviate che però hanno messo in luce le ripetute infedeltà di Brizzi nei confronti della moglie Claudia Zanella che in seguito alla vicenda lo ha lasciato

In uscita a ottobre nelle sale con il nuovo film di Fausto Brizzi dal titolo “Se mi vuoi bene”, l’attrice comica Lucia Ocone è stata la madrina dell’ultimo giorno della kermesse dedicata al cinema e alle donne “Cinedonna” a Riccione. L’attrice romana, celebre per le sue imitazioni a “mai dire gol”, ha introdotto in piazzale Ceccarini la proiezione del film “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” di Pedro Almodòvar.

Guarda qui la mia intervista a Lucia Ocone e ascolta la sua risposta su cosa pensa del movimento me too in Italia.

C’era una volta la movida romagnola

In calo le imprese nel settore divertimento in Romagna

Pensare che alla fine degli anni ’80 nacque proprio grazie (o per colpa) di Rimini il neologismo “divertimentificio” per indicare la nascita di nuove tendenze in fatto di locali, musica, mode e via dicendo. Oggi, la Romagna sta inequivocabilmente cambiando pelle. Ambiente, riqualificazione dei luoghi storici e sul benessere sono le parole d’ordine che nulla o poco hanno a che vedere con quell’epoca di eccessi. Che fine ha fatto la “movida”, ma soprattutto che futuro ha?

Leggi il mio articolo